Sanità: collaborare è meglio

di Dino Cauzza, pubblicato su “Opinione Liberale” del 16.03.2018

L’attuale sistema ospedaliero ticinese, per quanto su buoni livelli, sembra trovarsi in una fase di “impasse” per quanto concerne la sua evoluzione. Opinione Liberale ne ha quindi parlato con Dino Cauzza, membro del Consiglio di amministrazione delle Cliniche Sant’Anna e ArsMedica, e titolare dell’azienda Alameda di Bellinzona, specializzata in supporto gestionale e amministrativo a professionisti attivi in ambito sanitario e sociosanitario.

Dino Cauzza, che ne pensa di questa “impasse”?

L’“impasse” è dovuta ad una pianificazione ospedaliera bloccata da ricorsi e dai progetti di collaborazione fermati dalla volontà popolare. Dal mio punto di vista l’esercizio va ripetuto al più presto con nuovi stimoli, e visioni a lungo termine.

L’opzione di puntare su un ospedale unico cantonale per le alte specializzazioni è percorribile secondo lei?

È sicuramente percorribile e il Gran Consiglio ha dato lo stesso segnale. Attenzione però ai malintesi sulla parola “unico” che scatenano incomprensioni reciproche tra gli schieramenti politici, provocando l’immobilismo.

Cosa intende dire?

Quello che necessitiamo in Ticino è una concentrazione in un sito solo delle alte specializzazioni, in quanto queste presuppongono infrastrutture e personale altamente specializzato che non ci possiamo permettere di replicare in tutti gli ospedali. Questo però non vuol dire chiudere gli ospedali, ma cambiarne il ruolo. Oggi l’80% dei costi sanitari è destinato alle cure di malattie croniche che tipicamente sono cure di prossimità e ambulatoriali.

Il problema, semmai, è dove costruire questo sito…

È chiaro che la politica aspetta solo di sapere il “dove” per far partire le solite lotte di campanile. Ma di alternative non ce ne sono infinite. Nessuno degli attuali ospedali può ampliarsi in modo adeguato per prendere il ruolo di ospedale di centro. Dunque è opportuno investire in una nuova struttura concepita con criteri moderni dove si possa curare meglio spendendo meno e in modo più sostenibile. Il terreno adeguato deve essere in centro al Ticino, edificabile, idealmente piatto, di forma quadrata, molto ampio (40 campi da calcio) e ben allacciato alla rete di trasporti pubblici e stradale.

Nascerà una sorta di polo della sanità?

Se si volesse vedere più lontano sullo stesso sedime potrebbero unirsi anche altri attori sanitari (riabilitazione, cliniche specializzate, ricerca e formazione) per creare, sì, un vero e proprio polo sanitario. Peccato che queste decisioni siano politicamente difficili e che con gli investimenti decisi dai diversi ospedali questa eventuale evoluzione dovrà attendere ancora qualche decennio.

Che Ticino sanitario immagina, dunque?

Un Ticino sanitario con centri soci-sanitari nelle valli più discoste; cliniche specializzate e ospedali regionali nei poli urbani. Dove uno di questi assume anche il ruolo di ospedale di centro.

In che direzione spingere la collaborazione tra pubblico e privato? L’esempio attuale delle discussioni attorno al ruolo del Cardiocentro è significativo.

La modifica della Legge sull’EOC che avrebbe permesso al pubblico e al privato di trovare in modo autonomo la miglior forma di collaborazione è stata bocciata dal popolo dopo una campagna contro qualsiasi sinergia tra gli attori pubblici e privati. Questo malgrado la sanità sia fondamentalmente retta dall’attività dei medici che, di fatto, sono liberi professionisti e dunque privati.

Su ospedali e cliniche, che margine c’è?

Spesso si dimentica che le cliniche private (e anche il Cardiocentro) esercitano un mandato pubblico, ma che grazie alla loro forma giuridica più snella riescono ad essere più agili in un settore, quello della medicina, dove le innovazioni non mancano. Infatti i privati normalmente si specializzano in una disciplina o settore, oltretutto anche a prezzi più bassi. Questa energia positiva il Cantone sa apprezzarla assegnando anche a queste strutture mandati specialistici liberamente accessibili a pazienti con copertura assicurativa di base.

E il Cardiocentro?

Per il Cardiocentro la questione è semplice. Il patto di integrazione nell’EOC è già stato definito a suo tempo. Ora si tratta di trovare la formula organizzativa per mantenere quelle caratteristiche che lo hanno fatto grande. Non penso sia un compito troppo difficile perché tutti gli attori attorno al tavolo in fondo perseguono lo stesso obiettivo: il bene del paziente ticinese o, meglio, della svizzera italiana. Oggi la collaborazione tra pubblico e privato è un po’ ferma, a scapito dei pazienti. Tutti gli attori, soprattutto l’EOC, sono prudenti nell’affrontare il tema per paura di smentire la volontà popolare.

Perché, secondo lei?

Il popolo è stato in parte ingannato. Le strutture di utilità pubblica (di proprietà privata o pubblica, non importa) devono poter trovare delle forme di collaborazione per evitare doppioni inutili. La concorrenza in ambito ospedaliero in un Cantone come il nostro, piccolo e “isolato”, ha poco senso. Le guerre normalmente costano e fanno vittime, la collaborazione e la ricerca di compromessi è la via migliore da seguire e incarna lo spirito della Confederazione. Soprattutto è necessario che le competenze e i ruoli di tutti gli attori siano riconosciute.

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